Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo: il progetto

Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo è un progetto musicale strumentale nato a Torino nel 1999. L’organico è dichiarato e volutamente contenuto: due chitarre, basso e una batteria elettronica ridotta all’essenziale, una configurazione che rinuncia alla voce e sposta il peso del brano sull’intreccio dei due strumenti a corda.

La descrizione che accompagna il progetto sulle piattaforme di pubblicazione digitale è breve, «bizarre and melancholic music since 1999», e indica una direzione senza rivendicare l’appartenenza a un genere codificato. È una formula comune fra i progetti strumentali indipendenti, per i quali un’etichetta di genere risulta quasi sempre stretta.

Nel 2002 la formazione dà vita a Mexicat Records, etichetta fondata da Max Viale insieme agli altri componenti del gruppo, e da allora il lavoro si è distribuito su due binari: i dischi pubblicati a proprio nome e le musiche scritte per il cinema.

Discografia e lavoro per il cinema

L’album Disconoir esce in vinile nel marzo 2008 e viene ristampato in CD nel 2009. La sequenza dei due supporti a un anno di distanza corrisponde a una pratica diffusa fra le etichette indipendenti dell’epoca, che stampavano prima il vinile in tiratura limitata e valutavano poi la ristampa su un formato di circolazione più ampia.

Le musiche della formazione accompagnano diversi film di Susanna Nicchiarelli, fra cui Cosmonauta, Nico, 1988 e Miss Marx. Nel 2013 Mexicat Records pubblica inoltre La scoperta dell’alba, colonna sonora originale di un altro film della stessa regista, uscita il 22 gennaio.

Una collaborazione ripetuta su titoli con ambientazioni e materia narrativa molto distanti indica un rapporto di lavoro consolidato più che un incarico occasionale: la continuità riguarda il modo di costruire il commento musicale, non un tono da replicare da un film all’altro.

Il catalogo di 42 Records presenta Superotto come ottavo lavoro in studio, a vent’anni dall’esordio, e lo fa derivare dalla colonna sonora di Per tutta la vita, altro film della stessa regista. Sulla pagina Bandcamp della formazione compare inoltre Spaccapietre, dieci tracce uscite il 21 febbraio 2022.

Perché un repertorio senza voce

In un brano strumentale l’ascolto non ha un centro verbale a cui agganciarsi, e l’attenzione si distribuisce su timbro, andamento armonico e dinamica. Un organico ridotto accentua l’effetto, perché ogni strumento resta udibile per intero e le scelte di scrittura diventano immediatamente percepibili.

Questa caratteristica ha reso il repertorio adatto all’impiego cinematografico. La musica per immagini deve accordarsi a una scena già montata e in molti passaggi restare sotto la soglia dell’attenzione, condizione difficile per un brano costruito attorno a una linea vocale che competerebbe con i dialoghi.

Il passaggio non è però automatico, e comporre per un film significa accettare che la struttura del pezzo sia determinata da un’esigenza esterna. La differenza fra un brano pensato per l’ascolto autonomo e uno destinato a una sequenza resta netta anche quando il linguaggio musicale è identico.

Un progetto dentro la scena torinese

Torino ha ospitato dagli anni Novanta un numero consistente di formazioni orientate alla musica strumentale, spesso legate a etichette autogestite, a spazi di piccola capienza e a un pubblico disposto ad ascoltare repertori senza voce. Quel tessuto ha fornito le condizioni pratiche in cui un progetto di questo tipo poteva esistere.

La vicinanza fra scena musicale e produzione cinematografica indipendente ha inoltre reso frequente il passaggio dall’una all’altra, tanto che la richiesta di scrivere per immagini arriva da un ambiente già familiare anziché da un settore separato.

Una scena fornisce però condizioni, non risultati: nello stesso ambiente e con mezzi analoghi sono nate formazioni con esiti molto diversi, e la continuità di un organico strumentale per oltre due decenni resta un dato che il contesto da solo non spiega.

Un catalogo attraverso due cambi di formato

Un progetto attivo dal 1999 attraversa due trasformazioni complete del modo in cui la musica viene pubblicata. All’inizio il riferimento era il supporto fisico, con tirature da programmare e negozi da raggiungere; nel decennio successivo si impone il download, e poi lo streaming, che sostituisce l’idea di possesso con quella di accesso.

Per un catalogo strumentale il passaggio ha avuto effetti opposti fra loro. Da un lato ha reso permanentemente disponibili dischi che in regime di sola stampa fisica sarebbero usciti di catalogo dopo pochi anni; dall’altro li ha inseriti in un contesto dove la scoperta dipende da meccanismi di raccomandazione tarati sui generi più frequentati, dove una musica senza voce e senza collocazione evidente parte in svantaggio.

In questo quadro un’etichetta propria conserva una funzione che nel 2002 era diversa. Meno necessaria come stampatore e distributore, resta utile come archivio: tiene disponibili le uscite passate e le mantiene riconoscibili come parte di un percorso unico, anziché come titoli sparsi in un catalogo digitale indifferenziato.

Il passaggio ha inoltre cambiato il modo in cui un disco viene ascoltato. Un album pensato per il vinile presuppone due lati, un ordine e una durata per facciata, e su quei vincoli si costruisce una sequenza che l’ascolto in streaming raramente rispetta: le tracce vengono raggiunte singolarmente, spesso attraverso una playlist che le separa dal contesto per cui erano state disposte in quell’ordine.

Per un repertorio strumentale questo pesa più che per una raccolta di canzoni. Dove non c’è un testo che chiuda il brano su un significato compiuto, la posizione di un pezzo nella sequenza fa parte del suo senso, e un ascolto isolato ne restituisce solo una porzione. È una delle ragioni per cui diverse formazioni continuano a pubblicare in formato fisico anche quando la maggior parte degli ascolti avviene altrove.

Resta il fatto che la disponibilità permanente ha un valore che il vinile non poteva offrire. Un disco stampato in tiratura limitata e mai ristampato smetteva semplicemente di esistere per chi non lo aveva comprato all’epoca, e ritrovarlo dipendeva dal mercato dell’usato. Oggi un catalogo pubblicato venti anni fa è raggiungibile nello stesso momento in cui viene citato, e per un repertorio poco noto questa è la differenza fra essere consultabile e non esserlo affatto.

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